Capo Verde, Praia do Tarrafal, le 4 del mattino. Mi giro e mi rigiro insonne nel letto. Mi scopro, fa caldo, il piumino mezzo tempo é troppo pesante per queste latitudini dove l’inverno non arriva mai. Ho qualche linea di febbre, colpa del raffreddore che mi é saltato addosso a tradimento, e ora ci si mette pure la gola, ingoio saliva, una smorfia di dolore, con il naso tappato e questo palloncino in gola faccio fatica a respirare. Prendo il cuscino, mi alzo, penso che sul divano andrà meglio, il tetto é più alto lì, e poi ci sono le finestre. Invece non servono a niente le finestre, c’é la notte scura dietro, senza stelle e senza luna. Respiro rumorosamente, ho bisogno di aria fresca, si, ecco cos’é, vado fuori. Ma nemmeno questo serve, c’é il mare nero fuori, quintali d’acqua nera e profonda. E all’improvviso penso all’oceano, alle 3 settimane di navigazione fino ai Caraibi, ai giorni e alle notti senza terra alla vista. Devo tornare dentro, mi stendo sul divano a pancia in su, respiro profondamente o almeno ci provo, e piano piano l’aria arriva fino ai polmoni, l’ossigeno ricomincia a circolare, resta solo un sudore freddo.

Cos’é stato? Non provavo una sensazione simile da così tanto tempo che c’é volutoun po’ a riconoscerla. Paura. Un principio di attacco di panico, forse. Quand’é stata l’ultima volta? Frugo nella memoria e mi viene in mente una notte lontana 12 anni, la vigilia dell’esame di diritto commerciale, l’ultimo prima della laurea, la bestia nera. Poi ci penso meglio, no, non é la stessa cosa. Quella non era paura, era ansia, adrenalina della notte prima degli esami. Scavo ancora nella memoria, e mi rivedo bambina sola nel letto con le lenzuola tirate sul naso e gli occhi svegli che scrutano le luci dei lampioni che entrano dai buchetti della persiana creando un gioco di ombre e figure sulle pareti della cameretta.

Paura del buio. Ecco cosa mi ricorda questa notte capoverdiana di gnomi e fantasmi. Con le prime luci del mattino i colori tornano al loro posto, l’acqua, ora trasparente, brilla sotto i primi raggi di sole, tutto torna bello e sicuro, come quando da bambina il cappotto sulla gruccia appeso fuori dall’armadio al mattino tornava ad essere nient’altro che questo, un cappotto su una gruccia appeso fuori dall’armadio. Racconto le mie angosce notturne a Louis, che se la ride mentre sorseggia il suo tè nero con miele. Ci rido su anch’io. Per lui la traversata dell’Atlantico non é altro che un viaggio più lungo degli altri. Io invece ho scoperto che un po’ di paura ce l’ho. Ecco, l’ho detto! Penso che nella vita non é solo di imparare che non si finisce mai, la lista delle cose rispetto alle quali non si é mai abbastanza adulti o saggi é lunga. I sogni, le speranze, i progetti,amori e disamori, i successi e le delusioni. E poi ci sono le paure, che quando meno te l’aspetti ti tolgono il respiro in una tiepida notte d’inverno capoverdiana.

E ora che facciamo? Aspettiamo! Stiriamo bene il collo per mantenerci a galla con la testa fuori dall’acqua e aspettiamo di vederela terra ferma con la stessa fiducia cieca con cui da bambini aspettavamo le prime luci del mattino, e magari nell’attesa proviamo a fare amicizia col cappotto sulla gruccia, con le ombre sul muro e col mare nero.